Gli Aragona di Napoli secondo Baldassarre Castiglione

Senza ombra di dubbio, il Rinascimento ha generato un’idea topica di sé stesso che si esprime anche negli Aragona di Napoli. Il lavoro di Baldassarre Castiglione ne è un esempio. La figura del mercante arricchito col commercio, insieme a quella del banchiere, affiancano l’immagine del principe letterato e dell’umanista.

L’Italia è divisa ma univocamente ma lettere, arti e scienze pervadono le corti, fioriscono in accademie, cenacoli e circoli, sbocciano nella Firenze dei Medici ma trionfano anche alla corte papale al punto tale che per molti il Cinquecento è il “secolo di Leone X”. Gli Sforza di Milano, gli Este a Ferrara, i Gonzaga a Mantova si impongono col mecenatismo e l’arte in una realtà in piena espansione economica. Lo sfarzo rifulge persino nelle cucine; valletti, scalchi e coppieri vanno e vengono, portano cibi e vini ai convitati in una ecatombe di polli, cacciagione, pesci. Si ricorda, addirittura, una famosa colazione offerta dai Veneziani ad Enrico III, re di Francia, in cui l’ultimo re della dinastia dei Capetingi Valois si accorse con stupore che tutto, dai piatti al pane, dai tovaglioli ai fiori ed alle statuette ornamentali, era di zucchero!

Nasce un vero e proprio ideale di vita di corte che trova la sua espressione ne “Il Cortegiano” del conte Baldassare Castiglione, pubblicato nel 1528 e poi tradotto in tutta Europa. Castiglione descrive la piccola corte d’Urbino, galante e seducente, rinchiusa nel suo magnifico palazzo dagli appartamenti decorati di tappezzerie d’oro e dipinti di Piero della Francesca, circondata da libri e sospesa in feste e giostre.

Baldassare Castiglione nel suo testo sembra avere un occhio di riguardo per Napoli e la dinastia degli Aragona. La corte napoletana assurge a modello di perfezione di vita regale e cavalleresca, oggetto di imitatio comportamentale, in totale sintonia con la propria epoca.

Il re Alfonso il Magnanimo incarna grazia, compostezza ed ironia, e ne ricorda che “essendo una mattina per mangiare, levossi molte preziose anella che nelli diti avea, per non bagnarle nello lavar delle mani, e così le diede a quello che prima gli occorse, quasi senza mirar chi fusse. Quel servitore pensò che ‘l re non avesse posto cura a cui date l’avesse, e che, per i pensieri di maggior importanza, facil cosa fosse che in tutto se lo scordasse; ed in questo più si confermò, vedendo che ‘l re più non le ridomandava; e stando giorni e settimane, e mesi senza sentirne mai parola, pensò di certo esser sicuro; e così essendo vicino all’anno che questo gli era occorso, un’ altra mattina, pur quando il re voleva’mangiare, si rappresentò, e porse la mano per pigliar le anella: allora. il re, accostatosegli all’orecchio, gli disse: Bastinti le prime, ché queste saran buone per un altro. Vedete come il motto e salsa, ingegnoso e grave, e’ degno veramente della manimità d’uno Alessandro”.

Alfonso è ancora ricordato in un aneddoto sarcastico congeniale alla vivacità del popolo napoletano perchè: “avendo donato ad un suo servitore arme, cavalli e vestimenti perché gli avea detto che la notte avanti sognava che sua altezza gli dava tutte quelle cose; e non molto poi dicendoli, pur il medesimo servitore, che ancor quella notte avea sognato che gli dava una buona quantità di fiorin d’oro, gli rispose: Non credo diate da mo innanzi ai sogni, ché non sono veritevoli”. Conviene dunque sulla grande affabilità dei reali: “Non si disconvien talor usare le burle ancor coi gran signori; ed io già ho udito molte esserne state fatte al Duca Federico, al Re Alfonso d’Aragona, alla reina donna Isabella di Spagna, ed amolti altri gran principi, ed essi non solamente non lo aver avuto a male, ma aver premiato largamente i burlatori”.

Ferrante II è persino oggetto di emulazione nelle sue imperfezioni coi  cortigiani che cercano d’imitarlo “nello spesso alzar il capo, torcendo una parte della bocca, il qual costume il re avea contratto così da infirmità”. Lo stesso Ferrante II è detto per fama “agile e disposto della persona nel correre, saltare, volteggiare”, e funge da esempio per esprimere le differenze tra le corti cristiane e quelle musulmane quando l’ottomano Cem, prigioniero a Roma per volontà di suo fratello, il sultano Bayezid, ravvide in tali cose un scandalo perchè “nel suo paese i schiavi facevano questi esercizi, ma i signori imparavano da fanciulli la liberalità, e di questa si laudavano”.

Il Castiglione non manca di lodare poi le regine di Napoli in special modo perchè trasportate dal destino nella decadenza: “Ritornando adunque in Italia , dico che ancor qui non ci mancano eccellentissime signore; che in Napoli averne due singular regine; e poco fa pur in Napoli morì l’altra regina d’Ungheria, tanto eccellente signora , quanto voi sapete , e bastante di far Paragone allo invitto e glorioso re Mattia Corvino, suo marito. Medesimamente la duchessa Isabella d’Aragona, degna sorella del re Ferrando di Napoli; la quale, come oro nel fuoco, così nelle procelle di fortuna ha mostrata la virtù e ‘l valor suo”.

La corte aragonese sembra generare anche un modello di condotta femminile, loda Eleonora d’Aragona, duchessa di Ferrara, e continua: “E, per dirvi d’un’altra, quanti uomini conoscete voi al mondo che avessero tollerato gli acerbi colpi della fortuna così moderatamente, come ha fatto la regina Isabella di Napoli? la quale dopo la perdita del regno, in esilio e morte del re Federico suo marito, e due figliuoli, e la prigionia del Duca di Calabria, suo primogenito, pur ancor si dimostra esser regina, e di tal modo sopporta i calamitosi incomodi della misera povertà, che ad ognuno fa fede che ancor che ella abbia mutato fortuna, non ha mutato condizione”.

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

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